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Maramao perché sei morto?: il canto di questua e la sfilata dei dodici mesi

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Il Trio Lescano nel 1939 portò al successo il brano "Maramao perché sei morto?", scritto dal compositore Panzieri e definita canzone “di fronda”, ovvero leggera, divertente.

Il testo risale secondo la maggior parte dei critici al canto popolare abruzzese Scura maje o Mara maje, canto popolare abruzzese di autore ignoto, nel quale la vedova si lamenta per la scomparsa del marito e l’incertezza per il suo futuro e la serenità e il benessere che ora teme di perdere: Io avevo una casetta, ora sono senza ricetto, senza fuoco e senza letto, senza pane e companatico".

Ancor più simili al ritornello dell’arcinota canzonetta, sono i canti della questua rituale che precedeva la sfilata dei dodici mesi, antica tradizione per propiziare la buona sorte e i buoni raccolti del Carnevale abruzzese. Nel canto di questua infatti, i figuranti procedevano in coppia cantando Carnevale pecchè te siè morte” con richiesta di cibarie e dolci tradizionali. 

A Introdacqua, Bugnara, Pratola Peligna e Sulmona era tradizione rappresentare il Carnevale con un uomo in carne e ossa, dentro una cassa di morto, e un finto prete presso la bara con una tinozza per acquasantiera e, per aspersorio, uno scopetta di saggina. Intorno al finto defunto le donne così cantavano:

Carnevale, pecche sci morte?

Pane e vine non te mancava ;

La 'nsalata tinive a l' orte :

Carnevale, pecche sci morte?

O anche:

Carnivale, pirchè sci muorte ?

La 'nsalata tenivi all' uórte :

Lu presutte tenivi appise:

Carnevale, puozz' esse accise.

 

Carnevale, perchè sei morto?

Pane e vino non ti mancava ;

La insalata tenevi all'orto:

Carnevale, perchè sei morto?

(Castel di Ieri)

 

Carnevale, perchè sei morto?

La insalata tenevi all' orto;

Il prosciutto tenevi appeso :

Carnevale, tu possa essere impiccato!

(San Valentino)

 

A  Guardiagrele  verso le due o le tre pomeridiane, usciva una mascherata che girava fino a dopo la mezzanotte. Si portava in cima a una pertica un bamboccio di paglia, che rappresentava Carnevale. La sera, quattro mascherati allargavano un lenzuolo  e vi facevano cadere Carnevale e lo portavano in giro,  piangendo e suonando con padelle e campanacci  e dicendo “Carnevale vuol morire. Chiamate il prete”. Così  Pulcinella si scioglieva il cingolo della camicia, si metteva un cappello da prete e raccomandava l’ anima a Carnevale.

A Lanciano si faceva un carnevale di cartone, portato da quattro becchini con pipe in bocca e fiasche di vino a tracolla. Innanzi andava la moglie di Carnevale  vestita a lutto che, piangendo, ne diceva delle grosse ! Ogni tanto la comitiva si fermava e, mentre la moglie di Carnevale faceva la predica,  i becchini bevevano dal fiasco. In piazza si metteva sopra un rialzo il defunto Carnevale e tra il rumore dei tamuburi  e gli schiamazzi della moglie e l’eco della moltitudine, davano fuoco a Carnevale, finchè il fuoco ne faceva esplodere la testa.

Alla questua seguiva la mascherata antica e caratteristica dei mesi dell' anno, "ballata dei dodici mesi" che, in base al calendario della società contadina, si eseguiva a Carnevale per celebrare, come rinnovamento del cosmo, la morte del vecchio anno e la nascita del nuovo.

Il corteo era composto da 12 personaggi (i  “mesciarule”) in rappresentanza dei mesi che  sfilavano per borghi e contrade. Ciascuno portava in mano un simbolo che lo distingueva dagli altri. C’era poi il padre di tutti, ossia l'anno.

I “dodici mesi” facevano da circolo al “padre” e così cantavano..

 

I  so' gennaro che godo il sereno,

Che gelo l'acqua e indurisscio il terreno.

Fra gli antri misci so' Iu chiù grosse (il più lungo)

Gelo l’acqua alli fiumi e alle fosse.

(Sono gennaio e godo il sereno, gelo l’acqua, indurisco il terreno, fra gli altri mesi sono il più lungo, gelo l’acqua ai fiumi e alle fosse)

 

I so' febbrai'o e sto accanto allu foche,

Vóto l’ arruste e commerso co' gioche :

E commerso con chisti signori :

Tra l’ antri misci i' so' lu migliore.

 

(Io son febbraio e sto accanto al fuoco, Vòlto l’ arrosto e converso con i giochi, E converso con questi signori : tra gli altri mesi sono il migliore.)

 

Marze, marze sbinturate !

Che de carne 'nn 'ha 'ssaggiate :

Co' li bròccoli s' è cibate ;

Povere marze sbinturate !

 

(Marzo, marzo sventurato ! Che di carne non ha assaggiato : Coi broccoli si è cibato ; Povero marzo sventurato! )

 

I so' abrile lu chiù gentile,

Tutti gli arveri faccie fiorire :

E gli aucelli faccie cantare,

Gióvene e viecchie faccio allegrare.

 

(Io sono aprile il più gentile. Tutti gli alberi fo fiorire : E gli augelli faccio cantare. Giovani e vecchi faccio rallegrare)

 

E i' so' magge e so lu chiù bièlle,

Porto le rose a lu cappiélle:

Ce le porte, ca so nu ‘uappone

Fra gli antri misci i so lu chiù buone.

(E io son maggio e sono il più bello, porto le rose al cappello; Ce le porto, che sono un più che bravo:

Tra gli altri mesi sono il più buono.)

 

I so' giugne che mete le grane,

Mete pe' valle, pe' monte e pe' piane ;

E lo mete tutte le semmane :

I so' giugne che mete le grane.

 

Oppure

E le mete che tante persone.

Fra gli antri misci i' so' lu chiù buone.

 

(Io sono giugno che mieto il grano, Mieto per valle, per monte e per piano; E lo mieto tutte le settimane. Io sono giugno che mieto il grano-  E lo mieto con tante persone. Tra gli altri mesi sono il più buono)

 

Tutti gli misci avete ludate,

E de luglie ve sete scordate :

Porte la pale chi lu furcone,

Pe' scamare i' so' lu chiù buone.

 

(Tutti i mesi avete lodato, E di luglio vi siete scordato : Porto la mia pala col mio forcone, per sgranare sono il più buono)

 

I' so' aguste co' tanta mastria,

E cuntente chidunche se sia :

I so' lu mese che facce furore,

Tra tutte gli antri so' lu migliore.

 

(Io sono agosto con tanta maestria, E contento chiunque si sia: Io sono il mese che faccio furore.

Tra tutti gli altri sono il migliore)

 

I so' settiembre molte curtese ;

Fine le fratte ve fanne le spese.

E tutte quante i' facce cuntente;

Nen dienghe pene, nin dienghe turmente.

 

I' so' uttobre e despense semente,

Prepare lu cibu a tutta la gente,

E lu prepare pe' chisti signore :

Tra gli antri misci i' so' lu migliore.

Io sono ottobre e dispenso semente, Preparo il cibo a tutta la gente, E lo preparo per questi signori:

Tra gli altri mesi sono il migliore.

 

I' so' nuviembre co' luna mancante.

Porto la ronca e l' accetta pesante,

Pe' fa' le lene a chisti signore :

Tra gli antri misci i' so' lu migliore.

 

Io son novembre con luna mancante, Porto la ronca e l' accetta pesante,  Per far le legna a questi signori:

Tra gli altri mesi io sono il migliore.

 

I so' deciembre che gele lu viente ;

'Nnanze me scallo e 'rreto me 'ngenne.

Dienghe alla gente tunn lente e dulore :

Tra tutti gli misci i' so' lu piggiore

(lo sono dicembre che gelo il vento; Innanzi mi scaldo e dietro mi brucio. Do alla gente tormento e dolore:

Tra tutti i mesi sono il peggiore)

 

Arrivava l’ Anno che si pavoneggiava e , volgendosi intorno, cantava:

I so' lo patre de dùdece figlie ;

E tutti e dùdeci so' murtali :

E tra le rose, carófane e gigli,

I so' lu patre de de dùdece figlie.

(Io sono il padre di dodici figli; E tutti e dodici sono mortali: E tra le rose, garofani e gigli,  Io sono il padre di dodici figli)

 

 

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"Ben venga l'anno"da Canti popolari de "Il Passagallo"

 

Fino agli anni cinquanta questi rituali erano praticati in molti paesi dell’Abruzzo interno.

 

Nel 2019 l’Istituto Internazionale del Teatro del Mediterraneo ha riportato nella Valle Siciliana l’antica tradizione abruzzese della sfilata dei dodici mesi nei comuni di di Castel Castagna, Castelli, Colledara, Isola del Gran Sasso e Tossicia.

Ad Antrodoco  le ultime rappresentazioni risalgono al 1981 e al 1984. Qui, la peculiarità era che la presenza di Pulcinella che introduceva i mesi e spesso i personaggi sfilavano su cavalli, muli e somari.

Ancora viva è la tradizione a Perano con una particolarità: i personaggi, introdotti da lu Pulgenelle, raccontano i fatti accaduti in paese durante l’anno. Il corteo dei Pulgenelle procedono in coppia cantando “Carnevale pecchè te siè morte” con richiesta di cibarie e dolci tradizionali.  Dopo la questua avviene la vera e propria rappresentazione dei dodici mesi che si chiude con il rogo del fantoccio di Carnevale.

L. Toppeta 15-02-2021

liberamente tratto da Usi e costumi tradizionali abruzzesi di Antonio de Nino