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SAn francesco caracciolo

Il cammino di San Francesco Caracciolo

Il grande amore per il Signore Francesco lo riversava sul prossimo e, per questo, lo chiamavano il "cacciatore di anime".

Sarà inaugurato il 4 giugno 2021, con partenza da Fara San Martino,  la prima tappa abruzzese del Cammino di San Francesco Caracciolo, ideato dai Padri Caracciolini che si pongono l'obiettivo di ascoltare le comunità, per lo più piccole e marginali, e di contribuire alla loro crescita spirituale e materiale nel rispetto dell'ambiente e delle tradizioni.

La lunghezza complessiva del cammino è di 550 chilometri in 33 tappe attraverso 70 comuni in 4 regioni, ed offre la possibilità di vivere un'intensa esperienza, non solo spirituale per i pellegrini devoti, ma immersiva  all'interno di parchi, riserve, territori inesplorati e nell'enogastronomia dei borghi interessati dal percorso per i camminatori appassionati del turismo lento.

Il tracciato completo da Loreto a Napoli si snoda per120 chilometri nelle Marche, 236 chilometri in Abruzzo con le seguenti tappe:

  • Ascoli Piceno-Sant'Egidio alla Vibrata-Civitella del Tronto 22 km;
  • Civitella del Tronto-Campli-Teramo 18 km;
  • Teramo-Notaresco 20 km;
  • Notaresco-Atri 15 km;
  • Atri-Città sant'Angelo-Montesilvano 23 km;
  • Montesilvano-Pescara 8 km;
  • Pescara-Chieti 16 km;
  • Chieti-Casalincontrada-Roccamontepiano 17 km;
  • Roccamontepiano-Pennapiedimonte-Fara San Martino 32 km;
  • Fara San Martino-Torricella Peligna 15 km;
  • Torricella Peligna-Montelapiano 16 km;
  • Montelapiano-Villa santa Maria 4 km;
  • Villa santa Maria-Roio del Sangro 13 km;
  • Roio del Sangro-Montecastelbarone-Agnone 17 km.

In Molise i chilometri da percorrere sono 94 e 100 in Campania.

La tappa abruzzese ha inizio nel borgo di Fara San Martino in Abruzzo e termina dopo 60 chilometri in Molise, ad Agnone dove il Santo morì il 4 giugno del 1608.

Fara San Martino (CH) sorge nel cuore del Parco nazionale della Maiella, nei pressi del fiume Verde dove, grazie alle sorgenti di acqua pura, si produce una pasta di altissima qualità.  Dal borgo medievale e l’antico quartiere di Terra Vecchia, al quale si accede attraverso la Porta del Sole, il Museo Naturalistico e il Centro Visite del Parco Nazionale della Majella, fino alla la bellezza delle Sorgenti del Fiume Verde, dalle acque pure e cristalline e il Vallone di Fara San Martino che, con i suoi 14 km di lunghezza, è tra i canyon più lunghi d'Italia e ospita il magico luogo celato dalle Gole del monastero di San Martino in Valle, spettacolo di storia, arte e fede, dall'ambiente aspro e roccioso che si schiude sull’ampia valle, rifugio della comunità benedettina ebbe caratteristiche architettoniche di grande semplicità, così come accadde per gli altri eremi che a quel tempo si diffusero sulla Maiella, dove furono rinvenute, nel 2009, dietro gli altari, le spoglie del Monaco Giovanni Stabile, santo eremita. La Riserva di Fara San Martino Palombaro ospita faggete secolari, splendidi esemplari di rapaci come l'aquila reale e il falco pellegrino, cervi, lupi e caprioli. Ai margini del piccolo borgo di Palombaro, a quasi 800 metri di quota, si trova la Grotta Sant’Angelo,  un enorme riparo sotto la roccia, con pianta rettangolare e un ingresso largo 35 metri. La sua parte interna è chiusa da una grande roccia obliqua e dai resti di una costruzione. Due tratti di mura sono raccordati da un'abside semicircolare che costituisce il resto più evidente della chiesetta altomedioevale.

Da Fara San Martino il cammino riprende per il borgo più piccoo d'Abruzzo: Montelapiano, abitato da 77 anime che sorge su una lunga criniera di calcare, a metà strada tra le montagne di Roccaraso e il Mare Adriatico, a meno di 7 km da Villa Santa Maria ed è definito il terrazzo d'Abruzzo per lo splendido panorama che offre sulla Vallata del Sangro, i massicci della Majella e delle Mainarde,  la valle con i suoi paesini, il lago di Bomba e la costa adriatica fino al mare.

Si prosegue verso Villa Santa Maria, città natale di san Francesco Caracciolo, ridente cittadina della Media Valle del Sangro, addossata alle falde di un'imponente cresta rocciosa dove cucinare è un'arte  tramandata da generazioni,  da quando nel '600 il principe Ferrante Caracciolo vi istituì una vera e propria scuola professionale per formarvi i cuochi di corte e delle grandi famiglie nobiliari. Ebbe inizio così lo straordinario rapporto tra i villesi e la gastronomia, con la creazione di quella che sarebbe diventata la celeberrima scuola alberghiera. Vere e proprie dinastie di Maîtres villesi hanno portato in Italia e nel mondo la loro grande sapienza e professionalità, illustri ambasciatori di una cittadina ormai universalmente conosciuta come la "Patria dei cuochi" e di San Francesco Caracciolo, loro patrono .Il Museo del Cuoco, unico in Italia e forse nel mondo nel suo genere, raccoglie le testimonianze dei grandi cuochi di Villa Santa Maria. Dette testimonianze costituiscono una documentazione cartacea e fotografica che sono gli attestati del lavoro da loro svolto nei più grandi alberghi del mondo e nelle case di nobili e titolati, nonché oggetti dagli stessi utilizzati. Alcuni bellissimi pannelli raccontano la storia di questi cuochi. Essi sono così suddivisi: Le antiche origini dell'arte culinaria nella valle del Sangro; Maccaronari, Pastari e Cuochi; I Munzù al servizio delle famiglie nobili e prestigiose; I Cuochi al servizio della Storia; Gli chef che hanno conquistato il mondo; I Cuochi imprenditori; La tradizione diventa scuola; La Cucina e L'Arte. Ogni anno vi si svolge la famosissima Rassegna dei Cuochi con un intenso programma di iniziative. La Rassegna si apre con una solenne processione commemorativa a San Francesco Caracciolo - patrono dei cuochi - e  il rito dell'accensione della lampada con l'Olio Votivo.
Nel centro storico del paese vengono allestite isole gastronomiche per la degustazione  di prodotti tipici e l'immancabile Buffet Dimostrativo vera e propria prova di "arte culinaria".
Inoltre, convegni ed appuntamenti vari.

Attraversando Roio del Sangro si raggiungono le Cascate naturali del Verde, articolate in tre salti consecutivi di circa 200 metri, le cascate naturali più alte dell'Appennino, seconde in Italia e tra le più alte in Europa, alimentate da acque perenni. Situate all'interno dell'omonima Riserva regionale , si trovano in un ampio canyon, le cui pareti rocciose sono coperte da una fitta vegetazione mediterranea. Nei boschi circostanti vivono e si mimetizzano rari mammiferi come la puzzola ed il gatto selvatico. Le fioriture che si susseguono dall'inizio della primavera, insieme a tutte le altre varietà di vegetazione presenti, rappresentano un vero paradiso per i botanici, così come i numerosi rapaci e i più piccoli tordi, colombelle  fringuelli e cince faranno la gioia non solo degli ornitologi, ma anche di tutti gli amanti della natura. Le strutture della Riserva  sono molteplici per fornire un servizio sempre più completo al turista. Presso il Centro Visita, che ospita anche il piccolo ristoro, si  possono trovare depliant esplicativi della zona. La Riserva è dotata di due aree pic-nic, una situata nelle immediate vicinanze del parcheggio, l'altra rimane più interna a pochissimi minuti dal punto Ristoro. Entrambe le aree sono attrezzate anche di tavoli. Diversi percorsi natura e sentieri escursionistici consentono di ammirare le meravigliose cascate e scoprire il territorio anche a cavallo degli asinelli. Il Museo Civico di Borrello, sorto nel 1997, è dedicato alle memorie della vita contadina. Quattro sono i settori principali del Museo: la lavorazione della terra e la coltivazione, la raccolta dei cereali e il loro scambio, il trasporto effettuato dall'uomo e dalle bestie da soma e da traino, la produzione del vino.

A pochi chilometri da Borrello, si raggiunge un'altra abetina di 170 ettari; quella dell' Oasi Naturale Abetina di Rosello, sorta per iniziativa del WWF a tutela dei bellissimi boschi di abete che nell' Appennino Centrale sono localizzati esclusivamente in questa zona del medio Sangro, ai confini tra l' Abruzzo e il Molise. Attraversata dal torrente Turcano, affluente del Sangro, costituisce il nucleo meglio conservato di abeti bianchi in Italia e vanta il primato di possedere l'albero spontaneo più alto d'Italia, un abete bianco che sfiora i 47 m d'altezza! Il "gigante" non è solo, ma è circondato da centinaia di esemplari antichi e maestosi che superano i 40 metri! Il bosco si trova in una forra dalla selvaggia bellezza e gli alberi per poter avere più luce sono quasi costretti a svilupparsi in altezza. Nella stupenda abetina si registrano anche altri record d'altezza fra le diverse specie, fra i quali molti agrifogli e un tasso che svetta, invece di fermarsi a 7-8 metri, fino a 22 metri. Bello e ricco anche il sottobosco nel quale spiccano l'agrifoglio e il pungitopo. Le fioriture includono il croco, la scilla, il giglio martagone, e numerose orchidee selvatiche tra cui la rarissima Epipactis purpurata. Al suo interno, si snodano diversi percorsi che consentono di apprezzare l'ambiente incontaminato, i maestosi abeti e le meravigliose fioriture del sottobosco. Da Fonte Volpona, area attrezzata a circa 1 km dall'ingresso della Riserva, si snoda il percorso Natura che consente di ammirare, con un sentiero ad anello di circa 1 km dotato anche di un apposito osservatorio, angoli particolarmente suggestivi del bosco e la sua grande ricchezza di specie vegetali e soprattutto arboree. Da Fonte volpona parte anche un percorso escursionistico più impegnativo, lungo circa 7 km, che si copre a piedi in circa 3 ore; attraversa, costeggiandolo, tutto il bosco. 

Da Rosello il cammino riprende verso Agnone tappa finale del percorso.

Ascanio Caracciolo nacque il 13 ottobre 1563 a Villa Santa Maria, discendente da una ricca famiglia partenopea che vantava sia una discendenza nobiliare, che numerosi possedimenti nella zona del Sangro.
Terzo dei quattro figli di Ferrante Caracciolo, principe di San Buono, e di Isabella Barattucci, dama di Teano, Ascanio nacque nel feudo paterno e sin dall’infanzia manifestò una particolare propensione
alla vita ascetica.
Nel 1565 all’età di ventidue anni si ammalò gravemente, forse di lebbra, malattia che gli deturpò completamente il corpo. Giudicato inguaribile si fece rinchiudere in isolamento e attraverso una finestrella, che si apriva sulla cappella di famiglia, seguiva le funzioni religiose.

Nel periodo dell’infermità, lungo e sofferto, Ascanio si dedicò alla meditazione e ad un’attenta lettura della teologia di San Tommaso. Avverso alla “vanità delle cose umane” decise che, se fosse guarito,
avrebbe rinunciato ai titoli nobiliari e avrebbe abbracciato la carriera ecclesiastica, donando i suoi beni terrieri ai poveri.
Una volta guarito, Ascanio si recò a Napoli per dedicarsi agli studi teologici e, nel 1587, venne ordinato sacerdote. In questi anni crebbe la sua profonda spiritualità e la devozione eucaristica. Entrò nella Congregazione napoletana dei Bianchi della Giustizia, una confraternita che si occupava dell’assistenza dei carcerati e dei condannati a morte. A causa di un errore, gli venne recapitata una lettera indirizzata al sacerdote campano suo omonimo, che prestava servizio presso l’Ospedale degli incurabili di Napoli. La lettera scritta da Fabrizio Caracciolo, abate di Montevergine, e da Agostino Adorno, venerabile di Dio,
richiedeva la collaborare alla fondazione di un nuovo ordine che cooperasse al consolidamento e alla diffusione della fede cattolica secondo i nuovi principi dettati dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563.
Nonostante l’equivoco, entrambi gli Ascanio aderirono all’iniziativa e si recarono all’eremo di Camaldoli dove, insieme con i committenti, elaborarono la “Regola” del nuovo ordine. Oltre ai normali voti (castità, povertà e obbedienza) decisero di inserire anche quello di “non ambire ad alcuna dignità ecclesiastica e
una dedizione particolare al culto divino incentrato nella devozione eucaristica alimentata dalla preghiera circolare continua”. L’ordine venne approvato il 1 luglio 1588 da papa Sisto V, con il nome di Chierici Regolari Minori. Nel 1593 Francesco dovette accettare, per obbedienza, la carica di Priore Generale e respinse la nomina a vescovo, in quanto preferì dedicarsi totalmente alla diffusione dell’Ordine e alla formazione dei novizi. Ottenuta l’autorizzazione papale, Ascanio cambiò il suo nome in Francesco, per
devozione al Santo di Assisi, ed impiegò tutte le sue energie alla diffusione del nuovo Ordine sia in Italia che all’estero, fondando numerose comunità. Questa attività lo portò a viaggiare molto e a recarsi sia a Roma spesso, dove strinse una profonda e sincera amicizia con Filippo Neri, e poi in Spagna. Nella penisola iberica, inizialmente ostile al nuovo ordine, vennero fondate a Valladolid la casa dell’accoglienza della Santissima Annunziata e a Alcalá de Henares il collegio dell’Università. Divenuto un abile predicatore Francesco è ricordato dalle fonti antiche come “il predicatore dell’amore divino”. Rientrato a Roma, Francesco trasformò la chiesa di Sant’Agnese a piazza Navona nella nuova sede dell’Ordine e fondò la casa di San Lorenzo in Lucina. A Napoli ottenne la carica di preposto
della casa di Santa Maria Maggiore.
Nel 1607, stanco e malato, chiese di essere liberato da tutti gli incarichi per dedicarsi all’opera di misericordia. Venne accompagnato prima nella chiesa della  Santa Casa di Loreto (santuario in provincia di Ancona che ospitava, sin dall’inizio del Seicento, i malati gravi) e poi ad Avignone dove i frati
dell’Oratorio richiesero la fondazione di una casa presso la chiesa dell’Annunziata, a dimostrazione della salda unione con l’Ordine dei Chierici Regolari Minori.
Francesco morì nella città francese il 4 giugno 1608, all’età di soli quarantaquattro anni, la notte della vigilia de Corpus Domini, pronunciando le parole “Andiamo, andiamo al cielo”. Il suo corpo fu trasportato a Napoli e sepolto nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Dopo cinque giorni, durante la funzione religiosa avvenne il primo miracolo che lasciò impietriti tutti i presenti: uno storpio, dopo una straziante preghiera recitata accanto alla bara dell’ecclesiastico, si alzò gridando al prodigio. Molti altri miracoli attribuiti al “nobil homo di Villa Santa Maria”, sono riportati nel “Libro dei miracoli”.
Fu beatificato da papa Clemente XIV nel 1769 e canonizzato da papa Pio VII il 24 maggio 1807. Dal 1840 insieme a San Gennaro è compatrono di Napoli e dal 1968 per decisione papale è patrono dei cuochi d’Italia. 

L-Toppeta 25-05-2021

Immagine: San Francesco Caracciolo, cattedrale di San Tommaso

Info e Contatti: segreteria@camminodisanfrancescocaracciolo.com

Classificazione: Escursionistico

Lunghezza Km: 60

Praticabile in: Autunno Primavera Estate

Punto di Partenza: Fara San Martino

Punto di Arrivo: Agnone

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