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Abruzzo gastrosofico: d'Annunzio e la frittata volante

Coniugare l'appetito, l'arte culinaria e il piacere per il buon mangiare ed il buon bere sono l'obiettivo della gastrosofia.

I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia” ( Ludwig Feuerbach, 1862)

Il termine deriva dal greco gastér (ventre) e sophia (sapienza) indica lo studio e la elaborazione di teorie sull'arte di cucinare i cibi affinchè rappresentino un piacere non solo per il corpo, ma anche per la mente. 

Il gusto e l'importanza di un'alimentazione sostenibile e consapevole sono alla base della cucina tradizionale abruzzese. In Abruzzo il cibo è un'esperienza legata al ricordo, agli affetti più cari, al dono, alla cura, al piacere di regalare piacere, felice condivisione, amore per la convivialità.

I cibi poveri, patrimonio della gastronomia locale, sono divenuti ormai prodotti di nicchia,  da sempre alla base di preparazioni semplici e gustosissime, presenti nella cucina gourmet di tutto il mondo. Pietanze che hanno garantito per secoli l'autosostentamento per le popolazioni contandine abruzzesi, sono divenuti piatti ricercatissimi nei ristoranti gestiti da chef pluristellati.

La potenza spirituale del cibo della tradizione contadina, origina dal rapporto sacro che da sempre contraddistingue l'alimentazione in Abruzzo che si esprime nei gesti quotidiani: la croce con cui si segnano i dolci e il pane da introdurre in forno, il bacio dato al pane che rappresenta simbolicamente il corpo di Cristo, quando cade a terra o  le benedizioni impartite da vicini e parenti sull'uscio in tempi di conserve alimentari.

La cucina è anche letteratura... la frittata, maggior vanto in cucina per Gabriele d'Annunzio, diviene un'esperienza, quasi mistica da narrare..   "Ruppi trentatre uova del nostro pollaio esemplare. e, dopo averle sbattute con mano prode e sapiente, le agguagliai nella padella dal manico di ferro lungo come quel d’ una nostra chitarra da tenzone o d’una tiorba del Bardella (1). La grande arte si fa nel rivoltar la frittata per dar ugual cottura all’altra banda…Scarsa era la luce…Allora escii con la padella all’aria aperta sul limitar del vestibolo di tufo…adunai la sapienza  esatta e il misurato vigore nelle mie braccia e nelle mani che reggevano il manico. diedi il colpo, attentissimo a ricevere la frittata riversa. la frittata non ricadde. Pensate con quale angoscia dubitai che per mio fallo si fosse spiaccicata sul tufo. ero certo di aver questa volta superato me stesso. guardai e riguardai. nessuna traccia! Nel volger gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala di un angelo, feci di gelo, l’angelo nel passaggio aveva colta la frittata in aria, l’aveva rapita..."(“Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire”, 1935). 

L.Toppeta 16-09-2020

foto: rachel phillips, cc-by-nc-2.0