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Abruzzo misterioso: la leggenda del drago di Atessa

Il Duomo di San Leucio ad Atessa (Ch) sorge, secondo la leggenda, sui resti di una grotta abitata da un terribile drago.

L'edificio ha origini antiche probabilmente risalenti al X-XI secolo e documentate a partire dal 1027. Il portale di facciata e soprattutto il prezioso rosone del 1312, testimoniano ancora la sua antichità, diversamente dall'interno della chiesa che è stato completamente trasformato nel XVIII secolo secondo  l'estetica barocca. Nella stanza del Tesoro di San Leucio è possibile ammirare il busto d'argento di S. Leucio (XVIII secolo) e la grande costola fossile di mammifero, contenuta in una teca di vetro, di circa 2 metri di lunghezza, rinvenuta nei dintorni di Atessa, che la leggenda assegna al drago eroicamente vinto da S. Leucio.

Simbolo identitario del borgo, scrigno di arte e storia, ma soprattutto scenario della leggendaria vicenda del drago di Atessa, ucciso dal San Leucio, che visse probabilmente dalla  fine del IV secolo all'inizio del V secolo. Il Santo, , nato ad Alessandria d’Egitto e divenutone vescovo, operava miracoli, guariva i malati e scacciava demoni finchè divenuta gravissima la repressione dei Cristiani fuggì recandosi a Brindisi.

Il suo peregrinare lo portò presso il Vallone di Rio Falco dove uccise un feroce dragone con il dorso verde, il ventre giallo e la bocca rossa che mieteva vittime, imponendo sacrifici umani come suo pasto quotidiano e impediva agli abitanti di due borghi, Ate e Tixa, di frequentarsi e riunirsi. L'uccisione del mostro tanto temuto portò alla riunificazione delle comunità stanziate sui due colli nel borgo di Atessa con un rito di festeggiamento collettivo, grazie anche alle guarigioni che il potere terapeutico e taumaturgico del sangue del drago dispensava contro dolori articolari e affezioni renali.  Il Santo donò una costola del feroce animale al popolo ad eterna memoria del miracoloso intervento e chiese alla popolazione di edificargli, come atto di devozione un tempio sacro sui resti della grotta abitata dal drago.

In effetti l'impianto delle mura di Atessa e l'architettura del borgo antico indicano la presenza di 2 nuclei distinti abitati in epoca medievale. Il fiume Sangro e l'Ofento alimentavano numerosi e malsani acquitrini che dividevano le comunità di Ate e Tixa stabilitesi sui colli. Molto probabilmente "il mostro" sconfitto, nell'immaginario collettivo, indicava la terra paludosa e malarica finalmente bonificata da padri cattolici brasiliani. 

La leggenda del drago è riportata nelle storie di Giovanni Pansa: "Miti, leggende e superstizioni dell'Abruzzo" (1924), il quale accolse la versione conservata dallo scrittore atessano Domenico Ciampoli, che trascrisse il racconto orale da una tale Ernesta Miscia del 1909. Pansa racconta di come la costola, prima di essere posta nel reliquiario attuale, pendesse da una delle travi del soffitto. La leggenda descrive anche la grotta del drago, avente bocca nel vallone di San Giovanni (Piazza Benedetti), con un cunicolo che attraversava tutto l'Abruzzo, e che presso località Ritifalco si estendesse un bosco irto di spini. Il drago sarebbe vissuto in quel bosco, ma data la scarsità di selvaggina, pecore e capre, iniziò a divorare uomini, uno al giorno.

La costola del drago tuttavia, con studi approfonditi, proverrebbe da un ossario di enormi dimensioni rinvenute in località Valdarno, forse risalenti agli elefanti che Pirro portò in Italia per la battaglia di Benevento, oppure dal transito stesso di Annibale in Abruzzo per combattere contro Scipione Africano, dato che resti simili sono stati ritrovati anche a Ortona. Altre ipotesi hanno dirottato l'attenzione sul versante marino, ritenendo che l'osso possa essere appartenuto a un Misticeto ossia un cetaceo del sottordine delle balenottere, data l'analogia della presenza di ossa marine in altre parti entroterra dell'Italia, e che dunque tale osso sarebbe antico di milioni di anni, quando la Penisola si trovava ancora in gran parte sotto il livello del mare. Lo stesso Giovanni Pansa nel racconto è scettico, attribuendo l'invenzione del mito al fatto che Atessa ancora nei primi del Novecento si presentasse come un monte a controllo di una vallata costantemente soggetta a straripamenti e ad allagamenti del Sangro, le cui paludi sprigionavano pericolose febbri malariche.

L.Toppeta 10-09-2020

foto: fabrizio vanelli, cc-by-2.0

 

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