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Abruzzo mistico: Celestino V, il Papa delle sacre rocce

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"Ho udito con le mie orecchie un contadino che piangeva di gioia e ripeteva: finalmente avremo un papa che crede in Dio" (Ignazio Silone, Le avventure di un povero cristiano)

Il 19 maggio 1296, in una cella del castello ciociaro di Fumone  muore papa Celestino V, collocato da Dante Alighieri tra gli ignavi dell'Antinferno ((Inf., III, 59-60) come colui "che fece per viltade il gran rifiuto".

Ignazio Silone ne racconta invece il rigore morale e la mancanza delle doti di stratega, necessarie per guidare le oscure trame del suo tempo, dipingendolo nel suo fare umile, mansueto e puro, indifeso contro gli intrighi e la corruzione del potere che lo condurranno, dopo la sua abdicazione al pontificato, al carcere e alla morte. Per ordine di Bonifacio VIII, suo successore, sarà perseguitato e i suoi seguaci uccisi. Il dramma teatrale si apre nel 1924, nello splendido scenario dell' Eremo di Sant'Onofrio, immerso nella sacralità immemorabile delle rocce, delle acque e delle grotte abruzzesi, dove dimora Pietro Angelerio, nato a Isernia nel 1215, monaco ed eremita, conosciuto come Fra Pietro dal Morrone, divenuto successivamente Papa con il nome di Celestino V e noto per il suo rifiuto al pontificato dopo solo pochi mesi.

E' nell'’Eremo di Sant’Onofrio che  conserva, nella cella dell’eremita, le pareti affrescate che gli venne comunicata la notizia dell’ascesa al soglio pontificio...  come racconta Silone "Un giovane monaco dell’ordine morronese, dall’aspetto e i modi di un energumeno, sta di guardia al termine del sentiero e ogni tanto fa gesti di diniego e di ripulsa a visitatori diretti verso l’eremo, per dissuaderli dal proseguire. Su grossi sassi appoggiati alla parete rocciosa, sono seduti altri due frati: fra Ludovico, il fraticello spirituale che già conosciamo, e il monaco morronese fra Angelo da Caramanico, uno dei primi compagni di fra Pietro. Il suo confratello fra Bartolomeo da Trasacco, a noi già noto, se ne sta invece presso l’ingresso della cella, in attesa d’una eventuale chiamata. La rustica porta ha un’apertura che lascia passare un po’ di luce e aria e permette di guardare nell’interno. Sono le prime ore del mattino.."

Tra queste mura, mentre osservava il digiuno penitenziale in onore della Vergine Assunta e di San Pietro, frà Pietro fu raggiunto dalla notizia della sua elezione al papato. La tradizione racconta che il Crocifisso dinnanzi al quale il Santo pregava accennò con il capo e solo allora Pietro pronunziò queste parole: "Do il mio assenso ai voti del Sacro Collegio ed accetto il Sommo pontificato. Mi aiuti il Signore a portarne il gravissimo giogo". Il Petrarca, nel De Vita solitaria, racconta la vita di Roberto da Salle, il cui nome secolare era Santuccio, e ricorda che questi, nel momento in cui il Celestino V stava per lasciare Sant'Onofrio, gli si inginocchiò dinnanzi e gli chiese la santa benedizione. A Sant'Onofrio Pietro ritornò dopo l'abdicazione al papato e vi rimase nascosto fino al febbraio del 1295 quando partì con il desiderio di raggiungere la Puglia per imbarcarsi verso la Grecia. Nella zona sottostante all'eremo si apre una grotta, abitata anche questa da Celestino; la grotta presenta uno stillicidio di acque, alle quali i fedeli attribuiscono poteri taumaturgici. Il cuore dell'eremo di Sant’Onofrio è l'oratorio. Dal piazzale antistante la chiesa si accede prima ad un piccolo vano con affreschi quattrocenteschi e di qui si passa nell'oratorio, piuttosto piccolo, con copertura a botte. La volta è dipinta di azzurro con stelle mentre le pareti sono ricoperte da affreschi realizzati tra la fine del XIII secolo e i primi decenni del XIV, in parte attribuiti ad un certo magister Gentilis pictor, che fu testimone nel processo canonico di Celestino V, identificato in Gentile da Rocca che aveva realizzato la tavola con la Madonna che allatta per la chiesa di Santa Maria ad Cryptas nel 1283. Sulla parete sinistra dell'oratorio il ritratto di Celestino V, realizzato qualche anno dopo la morte dell'eremita, nei primi decenni del XIV secolo, rappresentato vestito da pontefice con in mano la palma del martirio.

Numerose sono le testimonianze della presenza di Celestino V in Abruzzo. Il suo nome è legato indissolubilmente alla città dell’Aquila. A lui si deve l’edificazione del monumento più importante della città, la Basilica di Collemaggio. Secondo la leggenda, questa venne fondata a seguito di un’apparizione della Vergine all’eremita Pietro, il quale volle costruire una chiesa a lei dedicata. Il 29 agosto 1294, proprio il quel luogo, verrà incoronato Papa con il nome di Celestino V, dando vita al rito della Perdonanza, che si rinnova all'Aquila ogni anno, la cui importanza  risiede nel messaggio di pace, solidarietà e riconciliazione che da oltre 700 anni diffonde tra gli uomini, dichiarata nel 2019 dall'Unesco Patrimonio culturale immateriale dell'Umanità. 

“La celebrazione della Perdonanza Celestiniana costituisce un simbolo di riconciliazione, coesione sociale e integrazione. Riflette l'atto di perdono tra le comunità locali, promuovendo i valori di condivisione, ospitalità e fraternità. Inoltre, rafforza la comunicazione e le relazioni tra le generazioni creando un intenso coinvolgimento emotivo e culturale”.(D. Franceschini)

Scortato da re Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, Fra Pietro abbandonò l'eremo di Sant’Onofrio al Morrone per essere incoronato Papa e la a stessa sera concesse l'indulgenza plenaria ai fedeli. Da allora, il 28 e il 29 agosto di ogni anno  quanti confessati e sinceramente pentiti, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del giorno 29, festa di san Giovanni Battista, avessero visitato devotamente la basilica di Collemaggio, avrebbero ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione dalla pena, concessione riservata fino ad allora solo ai più ricchi in cambio di consistenti elemosine o ai crociati in procinto di partire per la Terra Santa. L'indulgenza concessa da Papa Celestino V fu formalizzata in una bolla concessa alla Città dell'Aquila, a seguito della quale viene aperta la Porta Santa della Basilica il 29 agosto di ogni anno. La pergamena è conservata nella cappella blindata della Torre del Palazzo Civico e viene esposta per un intero giorno in occasione della Perdonanza. Nel 1327 la cerimonia divenne ancora più sentita con la traslazione delle spoglie del Papa eremita nella Basilica di Collemaggio.

Il corteo della Bolla ogni 28 agosto accompagna il trasferimento della Bolla da Palazzo Margherita, sede del Comune, alla basilica di Santa Maria di Collemaggio. E' formato da autorità civili e religiose, dame e cavalieri in costume d’epoca, circa mille figuranti, dei rappresentanti dei castelli che contribuirono alla fondazione della città, ciascuno con il proprio gonfalone di riconoscimento, dei Quarti e di gruppi legati alla storia medievale aquilana. La Dama della Bolla  regge il cuscino su cui è posato il fodero che fino al 1997, conservava la pergamena con l’indulgenza, il Giovin Signore  reca in mano un ramo di ulivo con cui, il Cardinale designato dalla Santa Sede batte per tre volte sul portale dando il via alla celebrazione, la Dama della Croce, reca una croce adagiata su un cuscino omaggio della Città al Cardinale designato. La sera del 29 agosto, dopo la chiusura della Porta Santa, la bolla torna al Palazzo Civico accompagnata da un corteo. 

Nella celletta rupestre poi cenobio di S. Maria al Morrone a Sulmona (AQ) Pietro da Morrone giunse  intorno al 1240. Cercava la grotta ove fra’ Flaviano da Fossanova era vissuto da eremita e vi fu condotto da Gentile di Rainaldo di Sulmona. In essa egli visse per circa cinque anni, fino al suo trasferimento sulla Majella. Nel 1259 si iniziò la costruzione della chiesa di S. Maria, inglobante la primitiva grotta, e nel 1268 i lavori non erano ancora terminati visto che Clemente IV concesse 100 giorni di indulgenze per coloro che avessero aiutato i poveri frati nell’erezione della chiesa di S. Maria. L’eremo di S. Croce o di S. Pietro fu invece fatto costruire da Pietro sul Morrone, probabilmente intorno al 1260, dopo quello di S. Maria. Alcuni sostengono che vi fosse un cenobio, altri parlano solo di una modesta cella eremitica. A Sulmona Celestino abitò anche la celletta rupestre di S. Maria de Criptis, Sulmona (AQ) o S. Maria delle Grotte,  nominata da alcuni testi del processo di canonizzazione di Celestino V, e in un documento del ‘500 si precisa in modo inequivocabile la sua ubicazione. Vicino alla piccola chiesa, si trova la  grotta abitata da Pietro. Nella Cattedrale romanica  di San Panfilo, Celestino V celebrò messa durante il viaggio verso L’Aquila con Carlo D’Angiò e Carlo Martello e nella Badia Morronese dimorò e  pose la firma di accettazione dell’elezione a Papa, mentre a Castelvecchio Subequo è documentato il passaggio di Celestino V che dimorò nel Convento di San Francesco e un giovane paralitico venne miracolato alla sua presenza.

All’inizio della sua lunga vita eremitica, intorno al 1235-36, Pietro da Morrone raggiunse la valle del fiume Aventino e si fermò per tre anni in una minuscola grotta, il Cenobio rupestre della Madonna dell’Altare a  Palena (CH).  Il santuario, situato poco più in alto, risale probabilmente al XIV secolo e fu costruito dai Celestini forse per ricordare la presenza in quei luoghi del fondatore dell’ordine. I Celestini tennero il santuario ed il piccolo convento fino al 1807, anno in cui l’ordine, insieme a tanti altri, fu abolito. Le ricorrenze più importanti della Madonna dell’Altare cadono il 2 luglio e il 19 agosto, festa di San Falco. Un tempo numerose compagnie di pellegrini giungevano al santuario e pernottavano in chiesa o nel convento. Secondo un motivo piuttosto ricorrente nelle leggende di fondazione, il santuario fu edificato sul luogo ove la Madonna apparve ad un pastorello.

Il Cenobio rupestre di San Bartolomeo di Legio a Roccamorice (Pe), anteriore al Mille fu ricostruito nel XIII secolo da Pietro da Morrone. La presenza di acqua nel riparo e la sorgente nel sottostante vallone hanno determinato una sua frequentazione in periodi antecedenti e non lasciano dubbi, a tal proposito, le recenti scoperte nel sottostante riparo E. de Pompeis. La ricchissima industria litica e i notevoli resti di macellazione appartengono infatti alle tribù di cacciatori-raccoglitori del paleolitico superiore. Il luogo di culto è frequentato dai devoti dei vicini paesi, soprattutto in occasione della processione del 25 di agosto. Numerosi ex voto ornano le pareti della chiesetta rupestre a testimonianza di un culto ancor oggi molto vivo. Sono evidenti, nella raccolta da parte dei fedeli dell’acqua che percola all’interno del luogo sacro, un antico culto delle acque e, nell’offerta ed esposizione di taralli, i resti di un rito agricolo. Molti dei luoghi circostanti l’eremo, quali la sorgente e il ponte, sono legati, nelle leggende locali, alla figura del Santo.

Nel  Cenobio rupestre di S. Giovanni all’Orfento a Caramanico (PE), Pietro da Morrone si ritirò, sperando che pochi potessero seguirlo in un luogo così impervio, in compagnia di alcuni discepoli, e vi rimase per quasi nove anni, dal 1284 al 1293. Ciò che oggi vediamo scavato nella parete sopra il riparo è solo la parte eremitica dell’antico convento: infatti nel sottostante riparo vi erano una chiesetta, le cellette dei pochi monaci che vi abitavano ed una foresteria per i pellegrini. Tutto ciò era noto dagli atti del processo di canonizzazione di Celestino V, ma recenti scavi archeologici lo hanno confermato. Oltre alle mura del vecchio monastero gli scavi hanno messo in luce alcuni interessanti reperti che risalgono all’età del bronzo e, in particolare, una canaletta in legno per la raccolta delle acque per un evidente uso cultuale. Di notevole interesse è l’impianto idrico, completamente realizzato nella roccia, che raccoglie l’acqua piovana convogliandola in piccole vasche di decantazione ed infine in una cisterna.

Anche il  cenobio rupestre di Santo Spirito a Majella a Roccamorice (Pescara)  nel 1246 fu dimora di Pietro da Morrone che, trovandola in pessime condizioni ne iniziò i lavori di ristrutturazione e, anche se nel corso dei secoli ha subito diverse trasformazioni, mantiene ancora il fascino dovuto alla stupenda posizione nella valle omonima. La badia sorge nella parte alta della valle di Santo Spirito a circa un'ora di cammino dai prati della Majelletta ed è raggiungibile, attraverso un ripido percorso, dal paese di Roccamorice. Non esiste una data precisa della sua origine, anche se si suppone sia anteriore all'anno Mille. Numerosissime sono le leggende legate a questo luogo di culto ed in particolare alla figura di Pietro: storie di diavoli, di profanazioni sacrileghe e di esemplari punizioni. Un tempo numerose compagnie di pellegrini giungevano alla badia risalendo la valle o valicando la montagna; oggi solo in occasione dell'apertura della Perdonanza, il 29 agosto, si può notare una discreta partecipazione dei devoti.

Riabilitata la sua imponente figura, Celestino V fu dichiarato Santo da Papa Clemente V e canonizzato il 5 maggio del 1313.

L. Toppeta 19-05-2021