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la seconda via

... una lunga penna nera: si gira a Castel di Sangro "La Seconda via" un film sull'epica ritirata di Russia

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"...fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi.. (preghiera dell'alpino) 

Gli alpini attraversano  la steppa per sfuggire all’accerchiamento nemico. Quando sopraggiunge la notte, si accorgono di essere rimasti in sei insieme ad un mulo e avanzano sotto una neve incessante...

Sono cominciate il 24 gennaio a Castel di Sangro (AQ) le riprese del film "La seconda via" alle quali partecipano, come comparse anche gli alpini della sezione ANA di Roccaraso. Molte scene saranno girate nella vastità innevata del Piano dell'Aremogna, a sud della poderosa e complessa catena del Monte Greco (mt.2283), che lo racchiude e lo separa ad intervalli. Una seconda parte delle riprese, per esigenze di sceneggiatura, saranno realizzate a marzo 2022.

Il film racconta l'epica ritirata di Russia e la battaglia di Nikolajewka, combattuta dagli alpini il 26 gennaio del 1943 che costò la vita a migliaia uomini. La regia e la sceneggiatura sono di Alessandro Garilli che si è ispirato al "Ritorno. La drammatica esperienza degli alpini sul fronte russo raccontata da uno di loro"" di Nelson Cenci, gli interpreti sono Nicola Adobati, Simone Coppo, Giusto Cucchiarini, Ugo Piva, Matteo Ramundo, Stefano Zanelli. E' girato in collaborazione con Rai Cinema, Stato Maggiore dell'Esercito, con il contributo del MIBAC, il patrocinio del Ministero della Difesa, della provincia dell'Aquila.

Eroiche furono le gesta del Battaglione Aquila che combattè fino alla fine, seppur stremato dalle perdite, forte del motto "D’Aquila penne, ugne di leonessa". Formato prevalentemente da elementi abruzzesi dei distretti di L’Aquila, Teramo, Chieti, Sulmona fu istituito ufficialmente il 13 aprile 1935 dal Ministero della Guerra presso il nono reggimento Alpini a firma del Sottosegretario Baistrocchi che così motivò la sua decisione “Con questo provvedimento ho inteso realizzare una vecchia aspirazione della popolazione abruzzese e costituire un centro di propaganda alpina in quella regione”. Importante era stato infatti il contributo degli alpini abruzzesi nella Grande Guerra, il cui nucleo più numeroso era formato da uomini provenienti dalle zone montane dell’aquilano inquadrato nel battaglione Monte Berico. Primo comandante del Battaglione Aquila fu Paolo Signorini che darà la sua vita nella ritirata di Russia al comando del 6° alpini. 

Prima di scrivere la sceneggiatura Garilli si è documentato sugli accadimenti, sui luoghi, sulla morte di quei centomila ragazzi tra i 18 e i 25 anni e di quelle centomila madri senza un figlio, uccisi da un deserto di neve all’interno della steppa camminando a 30-40 gradi sotto zero dormendo e mangiando poco, senza amore, senza patria, senza famiglia, privati di tutto, anche della vita. I reduci, ovvero "coloro che hanno molto sofferto e possono insegnare le vie della pace e della fratellanza"  (cit. Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern) raccontano di una sorta di perdita di percezione del tempo, in uno spazio sempre uguale a se stesso che da fisico diventa mentale perché l’uomo si rifugia nella propria mente per sopravvivere, nel sogno che diventa realtà e quindi ricordo. Da qui il titolo: da una parte la prima via, quella dei passi veri, dall’altra la seconda via, quella mentale, onirica.

Dall'autunno 1942 il Corpo d'Armata Alpino era schierato sul fronte del fiume Don, affiancato da altre Divisioni di fanteria italiane, da reparti tedeschi e degli altri alleati, rumeni e ungheresi. Il 15 dicembre, con un potenziale d'urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi non avevamo né carri, né efficienti armi controcarro), i Russi dilagarono nelle retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri. Mentre le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d'Armata Alpino ricevette l'ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato. Il 13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere il Corpo d'Armata Alpino in una vasta e profonda sacca. 

Davanti alla possibile catastrofe rimaneva un'unica alternativa: il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell'intero Corpo d'Armata Alpino. La marcia del Corpo d'Armata Alpino verso la salvezza fu un evento drammatico, doloroso ed allucinante, costellato da innumerevoli episodi di valore, di grande solidarietà, in cui circa 40.000 uomini si batterono disperatamente, senza sosta, per 15 interminabili giorni e per 200 chilometri. Fu così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka.  Per dare il colpo mortale al nemico in ritirata, i Russi si erano trincerati fra le case del paese che sorge su una modesta collinetta, protetti da un terrapieno della ferrovia che correva pressoché attorno all'abitato e che costituiva un'ottima protezione per il nemico. Le forze sovietiche che sbarravano il passo agli alpini ammontavano a circa una divisione. Verso le ore 9.30 venne ordinato di attaccare. La ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu raggiunta; in più punti gli alpini riuscirono a salire la contro scarpata ed a raggiungere le prime isbe dell'abitato dove sistemarono immediatamente le mitragliatrici, ma le perdite furono gravissime per il violento fuoco dei Russi. Nonostante le sanguinose perdite, gli alpini continuarono a combattere con accanimento: fu un susseguirsi di assalti e contrassalti portati di casa in casa. La reazione russa fu violentissima: gli alpini furono costretti ad arretrare e ad abbarbicarsi al terreno in attesa di rinforzi. Verso mezzogiorno arrivarono nel cuore della battaglia i resti del battaglione Edolo, del Morbegno e del Tirano, i gruppi di artiglieria Vicenza e Val Camonica, reparti della Julia col Battaglione L'Aquila. Il nemico, appoggiato anche dagli aerei che mitragliavano a bassa quota, opponeva una strenua resistenza. Sul campanile della chiesa c'era una mitragliatrice che faceva strage di alpini. La neve era tinta di rosso: su di essa giacevano senza vita migliaia di alpini e moltissimi feriti. 

Nonostante gli innumerevoli atti di valore personale di ufficiali, sottufficiali e soldati, spinti sino al cosciente sacrificio della propria vita, la resistenza era ancora attivissima e l'esito della battaglia era non del tutto scontato.La situazione si faceva sempre più tragica perché il sole incominciava a scendere sull'orizzonte ed era evidente che una permanenza all'addiaccio nelle ore notturne, con temperature di 30-35 gradi sotto lo zero, avrebbe significato per tutti l'assideramento e la morte. Quando ormai stavano calando le prime ombre della sera e sembrava che non ci fosse più niente da fare per rompere l'accerchiamento gli alpini si lanciarono urlando verso il sottopassaggio e la scarpata della ferrovia, la superarono travolgendo la linea di resistenza sovietica. I Russi sorpresi dalla rapidità dell'azione dovettero ripiegare abbandonando sul terreno i loro caduti, le armi ed imateriali. Il prezzo pagato dagli alpini fu enorme: dopo la battaglia rimasero sul terreno migliaia di caduti. Tutti gli alpini, senza distinzione di grado e di origine, diedero un esempio di coraggio, di spirito di sacrificio e di alto senso del dovere. 

Dopo Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino a Bolscke Troskoye e a Awilowka, dove giunsero il 30 gennaio e furono finalmente in salvo, poterono alloggiare e ricevere i primi aiuti. Il 31 con il passaggio delle consegne ai Tedeschi termina ogni attività operativa sul fronte russo. Fino al 2 febbraio continuarono ad arrivare i resti dei reparti in ritirata. I feriti gravi vennero avviati ai vari ospedali, poi a Schebekino alcuni furono caricati su un treno ospedale per il rimpatrio. Gli alpini percorsero a piedi 700 km e solamente alcuni, nell'ultimo tratto, poterono usufruire del trasporto in ferrovia.  Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d'Armata Alpino; il giorno 15 partì l'ultimo convoglio e il 24 tutti furono in Patria. Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d'Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. 

Dei 1600 alpini del Battaglione Aquila partiti per la Russia rimasero solo in 300 a partecipare alla ritirata e 159 fecero ritorno a casa insieme a pochi ufficiali. Innumerevoli furono le medaglie d'oro al Valor militare assegnate.

Il film sarà proiettato anche nelle scuole a ricordo e monito per le future generazioni.

L. Toppeta 10-02-2022

fonti storiche: Ministero della Difesa, Storia del Battaglione Alpini Aquila di A. Procacci

 

 

 

 

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