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Vito Taccone il "Camoscio d'Abruzzo"

Vito Taccone, il "Camoscio d'Abruzzo"

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Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”.   

E' solo una delle più sincere espressioni di Vito Taccone durante le seguitissime interviste condotte da Sergio Zavoli su "Processo alla tappa" del 1963 del quale divenne uno dei personaggi più amati.

Cariche e fughe velocissime, magnifiche corna sono le caratteristiche del Camoscio d'Abruzzo che si inerpica con agilità su pareti rocciose e ripidi pendii, non soccombe ai capricci del clima montano e agli agguati di orsi, lupi e aquile...

Vito Taccone veniva dalla campagna e dalla montagna, abitava con contadini e pastori... Brigante o mercante, profeta o anacoreta, anarchico o autarchico, campione o corsaro. Comunque furioso. Sapeva tutto, conosceva tutto, parlava di tutto. Era fuoco: falò, incendio, inferno. Ricevuto da Giovanni XXIII, gli dette del tu: "Caro Papa, per quale corridore fai il tifo?" (Marco Pastonesi)

Il libro "Vito Taccone, il camoscio d'Abruzzo" , di Federico Falcone "è un poema ciclistico e una ricostruzione storica, un romanzo d’avventura e un saggio d’autore, un’orchestra di bici e un coro di gregari. È la storia di un corridore esplosivo e di un uomo vulcanico, di un ragazzo-uomo di casa e di un ciclista uomo di strada, di un innocente perseguitato da una giustizia ingiusta. Vita e morte, miracoli e guai, pedalate e cazzotti di Vito Taccone: Pier Paolo Pasolini ammirava la sua «coscienza di classe», Sergio Zavoli lo descrisse come «un leader senza alone, frutto di una passione popolare». Qui il profumo della sua terra, l’accento della sua voce, la cultura della sua semplicità, le testimonianze di chi lo ha vissuto da vicino. (Marco Pastonesi).

Vito Taccone nasce ad Avezzano in un giorno di maggio del 1940. In famiglia lo attendono già da ragazzo le fatiche della vita da pastore in uno scenario di privazioni e povertà. 

Le sue doti da "scalatore" si forgiano su una bici che usa per consegnare il pane del forno di Avezzano inerpicandosi nell'entroterra, finchè un giorno un ciclista del posto osservandolo pedalare lo introduce al mondo del ciclismo dilettantistico e, passato in breve tempo al professionismo, all'età di 21 anni guadagna il suo primo successo al Giro d'Italia aggiudicandosi la tappa Bari–Potenza e vince come ciclista "scalatore" il  “Gran Premio della Montagna”, la “Tre Giorni del Sud” , il  Giro  di  Lombardia,  nell’ottobre  1961 attraversando come un vero camoscio, il  “Muro di Sormano” con pendenze durissime che arrivano al 25% e battendo allo sprint  Imerio Massignan, uno degli scalatori più forti dell’epoca... 

Per lui comincia una vita di gloria per sè e per la sua gente, vissuta come un riscatto da sofferenze e privazioni, al quale fanno seguito però inattese sconfitte come quelle nel Giro d'Italia nel 1962 nel quale si vede negato per una manciata di secondi, il terzo posto.

Il camoscio su due ruote sente venir meno l'appoggio dei tifosi e il suo temperamento "focoso" lo portano a frequenti scontri, anche fisici, con i suoi detrattori, mentre aumenta la sua voglia di riscatto e di conferme che arrivano nel 1963 con la vittoria di due tappe al Giro di Sardegna e del Giro di Toscana. 

Grandi sono le aspettive alla partenza del Giro d'Italia, ma la febbre alta lo coglie durante la prima tappa per un ascesso dentale e, durante la notte gli vengono estratti quattro denti... al mattino è in strada, la tappa passa sul suo Abruzzo.. è primo a Rionero Sannitico, a Roccaraso, si lancia verso Pescara, sostenuto da folle festanti, conquista il secondo posto, ma sarà vincitore in quattro tappe consecutive distinguendosi in memorabili volate. Arriva solo alla vittoria anche nella terzultima tappa passando tra ali di tifosi che lo acclamano lungo le strade delle Dolomiti e festeggiano il suo trionfo.

Le campane delle chiese abruzzesi suonano a festa, i tifosi invadono strade, paesi e città inneggiando al "camoscio d'Abruzzo". Il sesto posto al Giro d'Italia per i minuti persi a causa della febbre non bastano a spegnere la sua impresa e la folla milanese lo acclama come fosse il vincitore.

Si aggiudica nuovamente il Gran Premio della Montagna e nel  1964 vince il Giro di Campania  e una sola tappa al Giro d'Italia. Ancora una vola la sofferenza piega la potenza delle sue gambe e la notizia del fratello ferito lo fanno arrivare solo quarto a Roccaraso dove lo attende una grande schiera di tifosi acclamanti. 

Durante il Tour de France, al quale Taccone partecipa per la prima volta, l'animo ribelle e impetuoso hanno il sopravvento sugli esiti della gara con uno scontro fisico con lo spagnolo Fernando Manzaneque.

Vince la Milano-Torino nel 1965 e arriva sesto al Giro d'Italia. Nel 1966 vince prima tappa del Giro d'Italia e il Trofeo Matteotti battendo Felice Gimondi.  

Al Mondiale di Imola arriva quinto e nel 1970 chiude la sua carriera, costellata di successi. Rimarrà per sempre nel cuore di tutti gli abruzzesi e dei fieri marsicani, in particolare. Prima della sua morte è stato invitato in diverse occasioni in Rai per commentare le più importanti gare ciclistiche perchè la sua presenta autentica e a tratti spassosa creava una audience importante.

Federico Falcone, classe 1986, è giornalista pubblicista e ha lavorato con numerose testate giornalistiche online. Nel 2019 ha fondato The Walk of Fame magazine, quotidiano di approfondimento culturale con cui ha pubblicato il libro di coautori Black Out, dietro le quinte del lockdown e dato vita al progetto Ritorno al Passato, serie di video documentaristici all’interno dei quali vengono trattati argomenti come archeologia, antropologia, scienza, storia e letteratura. Si occupa di copywriting e consulenze su strategie di comunicazione. Vito Taccone. Il camoscio d’Abruzzo è il suo primo libro.

 

L. Toppeta 15-02-2022

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